stato d'animo».
E' il primo paradosso di un artista che sembra procedere contro il proprio obiettivo, inventandosi ostacoli sempre più sofisticati lungo il percorso, quasi per un'autosfida; ed elimina, uno dopo l'altro, tutti i sussidi dell'espressione. La sua parola è fatta di lettere mute, il suo dado lanciato in aria ritorna giù senza numeri. L'interlocutore, a cui dice di voler
gettare un ponte, deve saltare da solo il fossato, per andarlo a stanare nella fortezza dove lui si nasconde, in costante attesa dell'assedio.
Ma quella fortezza è diamantina, sprizza scintille a lui incontrollabili, quasi certamente accese a suo dispetto. Non so come Giovanni Profumo progetti i suoi quadri. Penso, dal risultato, che gli chiedano un duro sforzo di pensiero, una lunga meditazione costruttiva, E' probabile che li elabori ad intervalli, discutendo in uno spigoloso dialogo con se stesso prospettive e spaziature, calcolate fino alla potenza enne del millimetro. Sono sicuro che la sua prima – e ultima
– preoccupazione è quella di rastremare la luce. Ce ne deve essere poca, avara, sfuggita faticosamente all'ombra; e decisiva.
E' una luce che ha attraversato tutte le barriere della notte quella che emerge al centro delle sue vele, fra quinte di cristallo, pareti refrattarie al suono. Si fa strada fra i rossi e gli aranci, taglia surrettiziamente i verdi e i grigiazzurri; e irrompe, come una sciabolata, nel cuore dei suoi blu.
E' una finestra nascosta sul mare? E' una ferita nell'inverno? Forse è tempesta, maelström, oltrecielo. Ma basta a rapprendere tutto il quadro intorno a un lampo, una scheggia di futuro sfuggita a questo incarceratore del presente. E',
nonostante la moltiplicazione dei silenzi, il primo linguaggio assurdo, impossibile, eppure vero, della comunicazione.
Giorgio Calcagno, 1992
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