A un anno dalla morte, il capoluogo ligure ricorda Giovanni Profumo con una retrospettiva che ricostruisce il suo percorso, dalle prove figurative degli anni Cinquanta, maturate nel clima del paesaggismo ligure, al formalismo luminoso delle ultime opere.
Ancora per pochi giorni (è stata prorogata al 3 maggio) è visitabile alla Loggia della Mercanzia di Genova, da poco riaperta, una consistente personale di Giovanni Profumo. Vivo l'autore, annota Germano Beringheli nell'introduzione al catalogo (De Ferrari editore) delle opere esposte, «questa mostra doveva essere l'occasione, da lui progettata, per riflettere sul senso "spirituale" assunto dalle strutture cromatiche dei suoi quadri in un sistema formale luminoso, fattosi esplicitamente simbolico per sottigliezza e raffinatezza propositiva».
La scomparsa dell'artista, avvenuta lo scorso anno, ha però giustamente conferito all'esposizione il carattere di una ricostruzione complessiva del suo percorso, dalle prove figurative degli anni '50, maturate nel clima del paesaggismo
ligustico filtrato dalla lezione di Paolo Rodocanachi, che gli era stato maestro, alle prove ultime ove la ricerca luministica assume nell'estrema semplificazione dello schema compositivo e nella compressione del colore in un registro ristretto – giallo su giallo, un azzurro più tenue su uno sfondo d'azzurro più carico, rosa su grigio – un tratto che rivolge la percezione ottica in contemplazione o addirittura in «esaltazione della metafisica bellezza».
Il trapasso dagli scorci di Riviera, dove già si coglie un'atmosfera rattenuta, fuori del tempo, e dai più vividi profili collinari agli essenziali impianti delle prove ultime si attua con intima coerenza, nel segno della riduzione di orizzonti a case, di rilievi montuosi e trame arboree ad una radice geometrica che recupera, al di là delle diversità esteriori, l'unità del visibile.
E, più ancora, nel segno della luce, che attraversa il colore rendendolo diafano, al limite dell'immateriale. Della «lunga meditazione costruttiva» di Giovanni Profumo, del suo discutere «in uno spigoloso dialogo con se stesso prospettive e spaziature, calcolate sino alla potenza enne del millimetro», dice Giorgio Calcagno in un testo composto per una mostra a Torino nel 1992. Dove nuovamente l'accento viene posto sulla «preoccupazione (da parte del pittore) di rastremare la luce». «Ce ne deve essere poca» - scrive il poeta de "La tramontana di Ravecca" - «avara, sfuggita faticosamente all'ombra; e decisiva».
Sandro Ricaldone
Il Secolo XIX, mercoledì 29 aprile 1998
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