I suoi quadri si possono guardare dall'esterno, cogliendone i rapporti di luce, così studiati, o individuando il peso volumetrico del colore, che costituisce forse la nota più caratteristica di questa pittura. Ma si devono, soprattutto, osservare dall'interno, calandosi nel mondo che il pittore vi ha racchiuso, al di sotto, o al di là, del suo colpo di spatola.
Sono quadri che imprigionano una storia di valori decisivi, a volte contraddittori, sempre problematici, e bisogna lasciarli raccontare. In quelle linee tanto geometriche quanto provvisorie, nelle quali egli ha scomposto la propria visione dell'universo, le sue finestre si aprono verso improvvise sorgenti di luce, le sue lune galleggiano in cieli impossibili e veri, le sue clessidre segnano un tempo diverso dal tempo attuale dell'uomo, e perciò tanto più segretamente umano.
Il quadro di Giovanni Profumo si muove fra l'esigenza di un rigore metodologico, che vuole esprimersi in formule matematiche, e un bisogno altrettanto profondo di libertà, che deve saltare al di là di queste formule; cercando – come scrive u n poeta suo conterraneo, Eugenio Montale – « la maglia rotta nella rete – che ti circonda». La struttura fondamentale, nell'opera di Profumo, è appunto quella della rete, gettata dall'esterno; ma il significato vero della sua tela è nella «maglia rotta», che apre una luce dall'interno.
Il mondo intravisto dal pittore, analogamente a quello del poeta, è «in questo seguitare una muraglia – che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia », e Profumo non cerca inutili consolazioni divagatorie in sortite marginali. Ma, a differenza del poeta, sembra conoscere vie d'uscita risolutive: purché si abbia la difficile virtù di cercarle, e il più difficile coraggio di perseguirle. Nel suo paesaggio, «scabro ed essenziale», il cielo può essere chiuso verso l'alto, dove un occhio pigro era abituato a cercarlo, sugli schemi di una stanca tradizione; ma si apre, con sicurezza, verso il basso, secondo una nuova visione antropologica che sembra avere sentito la lezione della «nouvelle theologie». Anche se Dio è libero, se la sua immagine può uscire dal chiuso ambiente della stanza borghese, e riconquista il rischio del movimento, della contraddizione, della possibilità di caduta, oltre il limite dell'ultima linea certa, come sembra suggerire il quadro
delle due scale.
Non è una libertà arbitraria, facile, quella che ritroviamo in quest'opera. Non ha la morbidezza, né le cadenze seducenti del liberty (per usare una parola solo fonicamente simile). E' una libertà severa, a volte drammatica, che nasce, come ogni valore autentico, dal più duro dei condizionamenti. Giovanni Profumo sa di vivere nel mondo della tecnologia, e sa che non deve ignorarlo. Il suo paesaggio è popolato di viadotti, di ponti, di fabbriche in cemento; i suoi simboli non sono floreali, ma algebrici; i suoi caseggiati urbani esibiscono telefoni a ogni finestra; e proprio la parola religiosa decisiva,
l'«in principio erat Verbum» del Vangelo di san Giovanni, viene data attraverso la zona perforata della telescrivente, il mezzo di comunicazione più impersonale creato dalla società dei mass-media.
Ma proprio attraverso questa via stretta Giovanni Profumo cerca un passaggio certo, verso la luce: regalo non gratuito, conquista spesso incerta, sempre dolorosa, che l'uomo di oggi ha il diritto di sperare nella misura in cui ha il dovere di patire. Come dimostra la sua ricerca pittorica testarda, avara di grazie superficiali, ricchissima di contenuti interiori, ispirata a un paesaggio refrattario e vero: l'interno della sua Liguria, nella natura, la pagina del libro «che la tignola non rode e la ruggine non consuma», nel profondo dell'anima.
Giorgio Calcagno, 1974, Galleria Centrarte Falanto
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