Marzia Capannolo

 

Immobile apparente

 


Torna a farsi evidente, in questo nuovo percorso espositivo con cui inaugura a Rapallo la mostra Giovanni Profumo. Tutto era e sarà luce, la pacata e superba poesia della pittura. Perché è la pittura, con la sua lenta e incessante necessità di catturare nell’immagine l’inesorabile fluire della materia e del pensiero, che regola e scandisce l’intera produzione di un artista che ha fatto del silenzio e dell’assoluto i propri imprescindibili riferimenti concettuali.  

La retrospettiva Giovanni Profumo. Tutto era e sarà luce segue l’antologica GIOVANNI PROFUMO, inaugurata a Genova a Palazzo Lomellino nel 2011, e la mostra del 2010 Giovanni Profumo. Il tempo è degli uomini, presentata a Roma nelle sale di Palazzo Valentini, e ripercorre i momenti più salienti della quarantennale produzione dell'artista, riservando particolare attenzione alle opere degli anni Ottanta e Novanta in cui il rimando alla natura, proprio delle tele dei decenni precedenti, si declina secondo un’accezione puramente estetica e visiva dell’incidenza della luce sulla materia. E appunto il tema della luce ispira e sostiene l’intera produzione dell’artista a partire dalle opere figurative degli anni '50 che rielaborano l’eredità del tonalismo ligure, fino alle prove ultime, dove lo schema compositivo giunge ad una estrema semplificazione formale e i colori si riducono a minime variazioni tonali.

Il titolo della mostra Giovanni Profumo. Tutto era e sarà luce riprende, mutandolo, un verso di una poesia dello stesso Profumo già adottato da Germano Beringheli - curatore della retrospettiva postuma del 1998 presso la Loggia della Mercanzia a Genova - per sintetizzare la poetica dell’artista in occasione della pubblicazione del testo critico firmato dallo stesso Beringheli nella monografia “Giovanni Profumo” edita nel 2010, che evidenzia il legame profondo fra la pittura e la mistica neoplatonica di Sant’Agostino in cui la più antica delle arti visive è concepita come strumento spirituale per attingere la bellezza, ovvero il valore estetico di ogni entità e essenza stessa di ogni realtà.
 
Nella medesima monografia Marisa Vescovo sottolinea come, poiché la creazione artistica si pone il fine della “rappresentazione dell’irrappresentabile” Profumo sembri inseguire il mistero della luce “che penetra nelle vene delle cose” indagando la sua Irriducibile alterità ultraterrena che ci avvicina alla dimensione del soprannaturale.

Raffaele Bedarida, autore della sistemazione critica dell’opera di Profumo, ha osservato nei suoi scritti come il processo creativo dell’artista si inneschi dalla tensione dialettica fra il contatto con la contingenza delle circostanze e il bisogno di tendere all’essenza ideale al di là delle stesse.

Durante i quarant’anni della sua attività, Profumo ha infatti evitato sistematicamente di datare le sue tele, rimuovendole così da una linea temporale progressiva; pertanto, il percorso espositivo della mostra di Rapallo evita a sua volta un criterio di ricostruzione cronologica, privilegiando la copiosa produzione degli anni Novanta, tutta giocata su sottili varianti luminose e schemi compositivi fissi. I decenni precedenti sono testimoniati da un ristretto nucleo di opere, disegni e oli su tela, dove la presenza di elementi formali si configura come ulteriore mezzo di approfondimento del tema della luce.

Dal superamento concettuale della categoria dell’informale che segna la ricerca pittorica dei primi anni Sessanta, alla ripresa di volumi e piani geometrici bidimensionali, fino all’ultima fase decisamente improntata ad un’estetica densa di lirismo monocromatico, l’affermazione della pittura di Profumo si compie in nome di un’ideale assoluto di equilibrio e bellezza che attraverso la suggestione del colore tende ad una sintesi perfetta fra forma e contenuto, apprezzabile soprattutto nelle mirabili opere degli anni Novanta.
 
Appare, la pittura di Profumo, come un pertugio che si affaccia su uno scorcio di memoria da cui emerge chiara e definita l’immagine del viandante a riposo il quale, nel disfare il bagaglio, organizza il suo tempo, distribuisce ordine e attenzione alle innumerevoli esperienze incontrate lungo il viaggio, lascia decantare luci, ricordi e atmosfere, fino ad annullare ogni distanza fra il viaggio immaginato e l’esercizio dello stesso.
E attraverso la mistura del colore e la paziente partizione della superficie in lamine leggerissime di vuoto e presenza, di ricordo e vita, le tele di Profumo evocano le pagine firmate nel 1914 da Paul Klee nei diari del suo viaggio in Tunisia: Un senso di conforto penetra profondo in me, mi sento sicuro, non provo stanchezza. Il colore mi possiede. Non ho bisogno di tentare di afferrarlo. Mi possiede per sempre, lo sento. Questo è il senso dell’ora felice: io e il colore siamo tutt’uno. Sono pittore. E come Klee, Profumo pittore lo è stato in un senso intimo e completo, e attraverso fenditure velate dal colore, ha costruito un paradigma espressivo teso al rigore formale del suo instancabile indagare la bellezza; e come Klee, Profumo ha vissuto nel profondo la fascinazione per la musica ed è stato poeta, lasciandoci, oltre ai dipinti, lettere e versi che penetrano il silenzio delle cose con gentile ironia, restituendo alla propria ricerca creativa una dimensione sospesa tra il pensiero degli uomini e la verità della pittura.


Perché affollare la mia mente
  di simboli ?
 
Tutto era,  è,  sarà  "luce"
 
è sufficiente morire


Giovanni Profumo

 
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